Testimonianze 2019-01-25T11:03:44+00:00

I NOSTRI SOCI RACCONTANO

Posso dire che la passione delle auto storiche nasce sin dalla culla, visto che papà Dario è fra i Soci Fondatori del Club e già durante la scuola elementare ho partecipato ai primi raduni: il sabato facevo tutti i compiti in fretta per poter essere libero la domenica seguente per gite e manifestazioni organizzate dal Club.
A 18 anni, dopo aver preso la patente, anziché una auto “normale” come tutti i miei amici, entro in possesso, regalatami da un amico, di una Fiat 500 L pronta per essere demolita, e nel giro di poche mesi la feci diventare auto “da vetrina”.
Inizio ad apprezzare le auto storiche, ma il simbolo della mia giovinezza è stata un’Alfa Romeo 2600 Sprint, restaurata di tutto punto, che continua a darmi emozioni e sensazioni uniche che inizio a trasmettere ai miei figli Dario e Diego, anche se ancora piccini.
“Quante auto d’epoca hai?”, mi chiese qualche anno fa un collega. Risposi con una frase dell’amico Corrado Lopresto: “La metà di quelle che vorrei avere”.

RUGGERO NICOLOSI

Era il 1967, appena diciottenne mi sentivo padrone del mondo al volante della mia Alfa Romeo GT Junior, ma passando davanti le vetrine della concessionaria fui attratto dalla sfolgorante bellezza di una Ferrari 250 GTE, grigio metallizzato, sfavillanti ruote a raggi Borani, interni in profumatissima pelle e tachimetro con su scritto 300 Km/h.
Mi svegliai dall’incanto quando qualcuno mi chiese “le piace?” “Certo”, risposi, e subito aggiunse “lasci la sua Alfa (8 mesi) e porti via la Ferrari (6 anni), soldi non ne voglio”. Chiesi due giorni di tempo, c’era da superare lo scoglio papà; alla mia richiesta la cosa più gentile che mi disse è che ero pazzo e quindi non se ne parlava nemmeno.
Chinai la testa e girai le spalle, ma giurai a me stesso che una GTE o qualcosa di simile prima o poi sarebbe stata mia. A distanza di 50 anni guidare la 550 Maranello mi entusiasma parecchio, il cavallino rampante è lo stesso, il colore grigio pure, ma quella 250 GTE mi è rimasta nel cuore.

PIETRO LISI

Più che di auto, vi racconto del Club e della amicizia fra i soci. Socio “non frequentatore” da tempo, mia moglie Laura, una decina d’anni fa, ci iscrive ad una Gita in Calabria. E’ subito intesa fra i partecipanti, mi sembra di (ri)vivere la spensieratezza e la voglia di divertirsi delle gite scolastiche, compresi gli scherzi che ogni tanto facevamo a ignari soci.
Racconto un episodio fra i tanti: settembre 2014, gita di fine Estate alle isole Eolie. Dopo il pranzo appuntamento sul molo di Salina alle ore 16.00 per il rientro a Milazzo. Saliamo tutti, o quasi… mancano Rino e Mariella, distratti dallo shopping forsennato. La sorte ci dà una mano: la nostra motonave si deve spostare in altro molo per consentire al traghetto di linea di attraccare; d’intesa con il Comandante, non appena gli amici si avvicinano di corsa per imbarcarsi, vengono mollati gli ormeggi e la barca si mette in movimento. Si ode un urlo: “Vigliacchi, per 5 minuti ci lasciate a terra”; risponde serafico Franco, comodamente poggiato sui suoi mocassini verde smeraldo. “Tranquilli, tra mezz’ora potrete prendere il traghetto di linea”. Ovviamente Rino e Mariella salirono a bordo un centinaio di metri più avanti, mentre la nostra motonave si era già spostata.

GIUSEPPE ALIQUO’

Perché fondare un nuovo Club ASI? Una sola risposta: per l’amicizia che lega i soci (fondatori e non). A testimonianza di ciò racconto un episodio significativo.
Nel 1990, con l’amico navigatore Vincenzo, decidiamo di partecipare alla Targa Florio e quindi prepariamo di tutto punto (carrozzeria e motore) un’Alfa Romeo 2600 Sprint; stiamo trasportando la vettura sul carrello per le verifiche della mattina precedente quando sentiamo un botto alle nostre spalle: il vetro del lunotto posteriore era caduto frantumandosi in mille pezzi. Che fare? Ci sono gli amici, pensai. Una telefonata a Giuseppe per raccontargli l’accaduto e lanciargli il nostro SOS. A sua volta Giuseppe telefona a Pierenzo, proprietario di due Alfa 2600 come la mia. Passano 10 minuti e quest’ultimo mi richiama, dandomi la disponibilità del lunotto di una delle sue Alfa. Alle 22.00 inizia lo smontaggio, alle 3.00 del mattino il lunotto, lucido e brillante come nuovo, faceva bella mostra di sé nella mia 2600. Alle 9.30 a Cerda pronti per le verifiche. La gara andò benissimo: primo posto nella classe oltre 2.500.
Pochi avrebbero fatto quello che fece Pierenzo, ma quando c’è l’amicizia…

DARIO NICOLOSI
GIANNI MANGANARO E ANNA MARIA

Caro Presidente e Cari organizzatori dell’ultima “Mare, Monti, Arte in Sicilia”, io (consorte della socia) e mia moglie (la socia) sentiamo il dovere ed il piacere di ringraziarVi per questi intensi e bellissimi tre giorni passati insieme a Voi ed a tutti gli altri splendidi soci ed alle Vostre e Loro altrettanto splendide auto.

Dopo avervi espresso la parte che più conta di questa mia (i ringraziamenti), vorrei raccontarVi le mie sensazioni, così in modo affrettato e forse confuso. Se mi dilungherò e Vi annoierò potete tranquillamente omettere di leggere ulteriormente!

Il percorso scelto, lungo, tortuoso, difficile ci ha permesso di ritornare indietro con sensazioni ormai perse che i freddi ed asettici percorsi autostradali ci hanno fatto dimenticare. La mia guida, volutamente lenta, la Spider (anzi, come si scrive in Maserati “Spyder”) a capote aperta mi ha fatto godere dei profumi della nostra meravigliosa terra. L’odore del fumo delle stoppie bruciate, del terreno ormai arso dalla siccità, a volte quello del grano da poco mietuto è riemerso dalle mie memorie, ormai obnubiliate dai finestrini chiusi e dall’aria condizionata delle nostre berline.

La sosta per il pranzo, con la vista dei Templi, mi ha riportato indietro di millenni nel tempo, ho ripensato alle battaglie che su quelle colline, chissà, forse proprio dove ora noi consumavamo un lauto pasto, avevano contrapposto Akragas contro i Cartaginesi e poi contro i Siracusani di Dionisio (alleati/nemici) quindi contro i Romani che alla fine avrebbero imposto la loro “PAX”

Quando poi, nel primo pomeriggio abbiamo costeggiato il mare, ecco che gli odori cambiano, non più terreno riarso ma fresche colture, brezza salmastra, verde vegetazione da cui emerge prepotentemente il fiore rosso delle buganvillee.

Per strada si incontrano gruppi di motociclisti e vado indietro agli anni ’70, le prime maximoto, la mia una Honda 750 Four che ancora posseggo, le Laverda 750 bicilindriche, le Kawasaki 2 tempi 3 cilindri, le Guzzi con i cilindri a V. Ci si riuniva (estate o inverno che fosse) in piazza Duomo (‘u chianu’) a Giarre (io giarrese di nascita e catanese dal 2002) ed estemporaneamente si decidevano la mete: Randazzo, Francavilla di Sicilia, Castelmola, Bronte, o la mondana Taormina  e si partiva tutti insieme sempre nel rispetto delle norme e della Natura.

La sosta davanti il Kartodromo di Gela mi fa prepotentemente ritornare indietro all’anno 1972, quando conquistai il titolo di campione siciliano classe 125, battendo i migliori piloti palermitani proprio a casa loro, al kartodromo di Monte Pellegrino.

La visita al Museo Pepoli, l’orgoglio di essere Siciliano, figlio di una terra che riusciva ad esprimere meravigliose opere d’arte unendo in perfetta simbiosi quanto di meglio artigiani e maestranze cattoliche, ebree, musulmane riuscivano ad esprimere senza odi e grette ghettizzazioni culturali e religiose. E come non ricordare la cultura e l’affabilità del direttore, che pur nell’autoincensarsi, ci raccontava aneddoti e fatti facendoci nel contempo gustare particolari che altrimenti sarebbero passati inosservati.

Erice, che dire? L’emozione di volgere il capo ed ammirare 2 paesaggi diversissimi tra loro, collinare uno, ricco di verdi vegetazioni e colture diverse, mentre l’altro è piatto con le luccicanti saline.

Ultimo giorno, complice lo slalom, risaliamo ad Erice, sentendoci protagonisti anche noi, per poi ridiscendere verso Trapani. Ancora l’emozione ad ogni tornante di rivedere i 2 mari, bellissima la vegetazione.

Ed infine le Egadi, l’assolata Favignana, la tonnara Florio con la sua storia di arcaica industria. Viene in mente il vociare, il tramestio, l’eccitazione della mattanza che chiudeva tutto un anno di attesa. Una serie di lapidi ricorda il numero dei tonni, più di 10800 l’ultimo anno di ‘gabella Florio’. Cifre  impressionanti considerando anche la mole degli esemplari, non meno di 300 kg. Infine un momento di riflessione: nelle prime lapidi si parla di esemplari “uccisi”, nell’ultima di “pescati”, segno forse di un tardivo e rispettoso omaggio ad uno straordinario abitante del mare. Una sala espone alcuni rostri delle navi romane che sconfissero in queste acque la flotta punica. Ancora una volta un salto indietro nel tempo, terrore, eccitazione, rabbia, paura, scricchiolio di fasciame di navi, morte. Alla fine il mare è rosso del sangue. Roma ha vinto ed imporrà la sua egemonia e cultura.